Il Pordenone
Secondo una tradizione risalente a Vasari, l’artista sarebbe nato a Pordenone intorno al 1483-1484. Il padre, di nome Angelo, era un “magister murarius” originario di Corticelle nel bresciano; la madre una certa Maddalena, di ignoto casato.
Formatosi in ambito locale, a stretto contatto con le opere di Giafrancesco da Tolmezzo e di Pellegrino da San Daniele, egli rivolse ben presto la propria attenzione verso Venezia dove Giorgione e i suoi “creati”, Tiziano e Sebastiano del Piombo, stavano gettando le basi della cosiddetta “maniera moderna”.
Dopo un probabile viaggio a Roma, occasionato da alcuni lavori nel castello e nella parrocchiale di Alviano in Umbria (luogo d’origine del signore di Pordenone, Bartolomeo d’Alviano), nel 1520 i “massari” del duomo di Cremona gli affidano il compito di portare a termine la decorazione del maggior tempio cittadino, dove negli anni precedenti si erano confrontati gli esponenti di punta della pittura cremonese e lombarda. Le scene della Passione di Cristo affrescate sul lato destro della navata, insieme con la grandiosa Crocifissione che si sviluppa sull’intera controfacciata dell’edificio sacro, costituiscono il più audace manifesto della pittura padana di quegli anni. Inoltre per l’ardimento delle soluzioni prospettico-illusionistiche adottate e per il concitato espressionismo, riconducibile in parte a modelli nordici, esse gli valsero l’appellativo di “pictor modernus”.
Rientrato in patria, il Pordenone esegue diverse opere di carattere sacro e profano in varie località del Friuli: dalle “portelle” dell’organo del duomo di Spilimbergo, ultimate nel 1524, agli scomparti della cantoria dell’analogo strumento nel duomo di Udine, risalenti al 1527. Probabilmente in questo periodo rafforza i propri legami con il pittore Pomponio Amalteo, che aveva frequentato la sua bottega e al quale nel 1534 concederà in moglie la figlia Graziosa.
Sullo scorcio del terzo decennio del secolo finalmente l’artista approda a Venezia, dove decora il coro della chiesa di San Rocco (1528-1529). Da questo momento in poi gli impegni di lavoro lo costringono ad assenze sempre più frequenti e prolungate dal Friuli. Tra il 1530 e il 1532 è all’opera nella chiesa dei Francescani a Cortemaggiore e in quella di Santa Maria di Campagna a Piacenza. In seguito il principe Andrea Doria, in previsione della vista dell’imperatore Carlo V, lo incarica di affrescare la facciata meridionale del proprio palazzo di Fassolo, nei pressi di Genova. In questa circostanza ha modo di conoscere Perin del Vaga (impegnato da diversi anni nello stesso cantiere) e di arricchire il proprio linguaggio espressivo con elementi di matrice raffaellesca.
A partire dall’estate del 1535 si stabilisce definitivamente a Venezia, da cui proviene l’inedita Sacra conversazione presente in mostra. Qui, protetto da personaggi influenti quali Jacopo Soranzo (probabile tramite della commissione di alcuni importanti lavori in palazzo Ducale), dalla famiglia Pesaro e dallo stesso doge Gritti, diventa il principale antagonista di Tiziano, configurandosi come il più autorevole portavoce in ambito veneto di una cultura figurativa di impronta “romanista”, nella quale la componente michelangiolesca aveva cominciato a fare i conti con le eleganze formali della Maniera.
Nel 1539, ripetutamente sollecitato dal duca Ercole II, si reca a Ferrara per l’esecuzione di una serie di cartoni per arazzi. Poco dopo l’arrivo nella città estense, “assalito da gravissimo affanno di petto”, muore in quella stessa osteria dell’Angelo, dove alloggiava, mentre, come riferiscono i documenti, era intento a “cose de prospectiva”.


