La scuola dell'Amalteo
Il primo accenno alla scuola dell’Amalteo si trova nel dialogo Dell’origine del castello di S. Vito, composto dal nobile Girolamo Cesarino verso la fine del Cinquecento, dove troviamo menzionati nell’ordine Pietro Antonio degli Alessi, Cristoforo Diana, Sebastiano Secante, Quintilia Amalteo e Giuseppe Moretto.
Il passo è preceduto da un’interessante citazione riguardante Girolamo Amalteo il quale, “raro nel dipinger alcune cose minutissime che quasi parevano miniature”, oltre a collaborare con il fratello nella decorazione della chiesa di Santa Maria dei Battuti, avrebbe dipinto una battaglia di angeli e demoni che, offerta in dono al cardinale romano Camillo Orsini, sarebbe stata particolarmente apprezzata da Michelangelo.
Tra Sette e Ottocento, grazie ai fondamentali apporti dell’abate Luigi Lanzi e di Fabio di Maniago, a questo succinto elenco di nomi si aggiungono una prima valutazione critica e un esiguo corpus di opere, che sarà ulteriormente incrementato dalle successive ricerche documentarie di Vincenzo Joppi e di Gustavo Bampo.
Le rivisitazioni più recenti dell’argomento, dovute a Paolo Goi e Fabio Metz, hanno permesso di mettere meglio a fuoco la reale consistenza del gruppo di artisti, nativi di San Vito o quivi operosi, che sono stati allievi dell’Amalteo o che a vario titolo ne hanno frequentato la bottega.
Oltre che dal fratello Girolamo e dalla figlia Quintilia, esperta nel fare “ritratti di cera cavati dal naturale”, come ricorda il Cesarino, la scuola dell’Amalteo risulta costituita da Pietro Politio (figlio di un notaio udinese), dal genero Giuseppe Moretto (marito di Quintilia, sposata nel 1570), dal nipote Giovanni Battista Marco Antonio (di cui si hanno notizie dal 1584 al 1628), da Giuseppe Furnio (figlio di un “capsillarius” di San Vito), dal fratello Giovanni Maria e dal figlio di questi Girolamo, dal sanvitese Cristoforo Diana (discreto frescante) e infine dal gruppo degli Alessi, costituito da Pietro Antonio senior, Silvio, Pietro Antonio junior e Gasparo.
Dediti prevalentemente all’esecuzione di opere di carattere religioso e attivi in un arco cronologico compreso tra il 1550 circa e il 1630, questi “mestieranti del sacro” sono attestati per lo più in centri minori e minimi della diocesi di Concordia e del territorio udinese, con più intenso “addensamento” lungo la riva sinistra del Tagliamento (dalla Carnia all’area lagunare).
Per quanto riguarda la loro attività professionale vanno sottolineate le molteplici e intersecate relazioni con il milieau di bottega, attestato da contratti e collaudi: un sistema che, oltre a garantire la qualità dei manufatti, serviva ad assicurare il reciproco controllo su prezzi e commissioni. Di conseguenza nella piccola piazza-affari di San Vito, sotto l’ombrello protettivo dell’Amalteo (operante a ben altro livello), ciascuno poteva sopravvivere più che dignitosamente, ritagliandosi spazi anche a notevole distanza dal capoluogo.


